22 Settembre 2017

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Il cervello si attiva alla nascita per ricordare le parole

scritto da Marilena Bonifacio il 22-11-2013 12:08
Già alla nascita nel cervello del neonato sono attivi sistemi fondamentali della memoria uditiva, che coinvolgono anche le aree frontali, mettendolo in grado di memorizzare per alcuni minuti informazioni specificamente relative al parlato. A dimostrarlo stata una ricerca condotta presso il Laboratorio di linguaggio, cognizione e sviluppo della SISSA di Trieste, diretto da Jacques Mehler, e descritta in un articolo a prima firma Silvia Benavides-Varela pubblicato sui "Proceedings of the National Accademy of Sciences".
I ricercatori hanno monitorato con la metodologia della topografia ottica l´attività cerebrale di 44 neonati due minuti dopo che i bambini avevano ascoltato delle parole (in realtà, sequenze di sillabe senza senso ma con una struttura simile alle parole). La topografia ottica è una tecnica di visualizzazione non invasiva dell´attività cerebrale, basata sulla spettroscopia fNIRS (functional near-infrared spectroscopy) in cui l´attività cerebrale è misurata sulla base della risposta emodinamica all´attività cerebrale, rilevata attraverso le variazioni nell´infrarosso vicino rispetto al quale tessuti cerebrali e ossa sono parzialmente trasparenti.
Nella prima parte dell´esperimento ai neonati veniva fatta ascoltare una serie di parole che facevano da riferimento rispetto a una seconda serie di vocaboli, che potevano essere foneticamente simili o dissimili, fatti ascoltare in un secondo momento.
Durante la seconda fase dell´esperimento,Benavides-Varela e colleghi hanno potuto osservare che quando i piccoli ascoltavano sillabe udite in precedenza entravano in funzione sistemi cerebrali che interessano aree della regione frontale destra: le stesse che negli adulti vengono reclutate durante il recupero delle informazioni. Il fenomeno non si manifestava invece se le sillabe udite erano nuove.
I risultati hanno inoltre dimostrato che le capacità del neonato di discriminare fra i suoni uditi, già evidenziate da studi precedenti, non si traducono in una memorizzazione dettagliata di tutti i segmenti di una parola: se le parole avevano vocali diverse ma le stesse consonanti, le tracce di attività nei circuiti di elaborazione della memoria del parlato erano assenti. I neonati memorizzano dunque principalmente le informazioni relative alle vocali, contraddicendo un´ipotesi diffusa fra gli psicologi secondo cui essi non avrebbero "preferenze" fra vocali e consonanti.
"Gli esperimenti ci mostrano principalmente due cose: in primo luogo nei neonati l´informazione veicolata dalle vocali sembra più facile da riconoscere di quelle delle consonanti" ha spiegato Marina Nespor, che ha partecipato alla ricerca. "La seconda osservazione importante è che a quanto pare le aree frontali potrebbero essere implicate nel riconoscimento delle sequenze parlate già dai primissimi stadi dello sviluppo."


Fonte:LESCIENZE 16.10.12

Perché membri diversi di generazioni diverse si trovano a vivere le stesse esperienze?

scritto da Marilena Bonifacio il 07-11-2013 11:12
Come possono ripetersi eventi familiari simili nelle stesse date, a distanza di anni? Davvero un figlio può rivivere le esperienze vissute da un genitore? C´è qualcosa di ignoto e misterioso anche dentro ognuno di noi, qualcosa che sembra trasmettersi di padre in figlio. Esiste davvero quella che molti chiamano "la sindrome degli antenati"?
Anne Ancelin Schützenberger è una terapista che è stata allieva di Jacob Levi Moreno (fondatore della sociometria e dello psicodramma), del fondatore della gruppoanalisi S. H. Foulkes e della psicoanalista Françoise Dolto. Ha sviluppato, a partire dal genogramma, un albero genealogico che lavora sul transgenerazionale con i pazienti che vogliano approfondire i legami nascosti e/o inconsci del proprio sistema-famiglia con un lavoro che definisce genosociogramma.
La chiave principale per capire "i legami transgenerazionali" è il concetto di co-inconscio di Moreno, ma anche quello che A. A. Schutzenberger chiama "psicogenealogia" e Boszorményi Nagy "lealtà segrete della famiglia". Le lealtà invisibili sono quelle che legano le persone alle generazioni precedenti, con cui sono rimasti dei conti in sospeso, spesso a causa di eventi traumatici, e che producono la ripetizione inconscia di copioni, rendendoci meno liberi di quanto crediamo.

"Solo la conoscenza rende liberi. Liberi di costruire una vita autentica senza che l´eco del passato pretenda ancora di essere ascoltata sottoforma di una sindrome da anniversario (gli avvenimenti importanti del ciclo di vita si ripetono attraverso date ed età), di lealtà familiari invisibili (i debiti e i crediti di ciascun membro sono scritti nel grande libro dei conti familiari), di nevrosi di classe (i figli con grande difficoltà supereranno il livello socioculturale del padre) e di fantasmi (gli aspetti vergognosi del passato familiare continuano a "ventriloquare" come appartenessero a qualcun altro)."
Perché membri diversi di generazioni diverse si trovano a vivere le stesse esperienze?
Esiste una delega da una generazione all´altra, una trasmissione transgenerazionale basata su di una sorta di partita doppia, dove il dare/avere impone le sue leggi sull´essere.
La Schutzenberger narra di una ragazzina, di nome Natalie, che sogna sempre una maschera inquietante ogni suo compleanno. Si scopre che quella maschera è uguale a quella che lo zio aveva durante la I guerra mondiale: una maschera antigas, indossando la quale morì proprio nel giorno del compleanno di Natalie. Un evento traumatico che si è dunque inscritto nell´inconscio attraverso le generazioni, trasmesso come immagine simbolica di maschera.

Il pensiero positivo si impara dai genitori

scritto da Marilena Bonifacio il 31-10-2013 09:41
L´importanza di avere un atteggiamento positivo è compresa già dai bambini in tenera età, ma la capacità di mobilitare questa risorsa anche nelle situazioni di difficoltà dipende più dall´atteggiamento dei genitori che dall´indole del bambino. I piccoli capiscono già a cinque anni che ci si sente meglio dopo aver avuto pensieri positivi, ma fanno più fatica a comprendere come il pensiero positivo possa risollevare l´animo quando si è coinvolti in situazioni negative, come per esempio cadere e farsi male. In queste situazioni, il livello di ottimismo e di speranza dei genitori ha un ruolo significativo nella capacità del bambino di comprendere il potere del pensiero positivo.
Che il "pensare positivo" sia di aiuto a sentirsi meglio lo capiscono già i bambini della scuola materna, e questo può non stupire. Ciò che è meno ovvio è che a dettare la capacità del bambino di assumere un atteggiamento positivo anche nelle situazioni difficili sia, più che la sua indole, l´atteggiamento verso la vita e la capacità di pensare positivo dei suoi genitori.

Ad appurarlo è stato uno studio condotto da ricercatori della Jacksonville University e dell´Università della California a Davis, che lo illustrano in un articolo pubblicato su "Child Development".

Nello studio, i ricercatori hanno esaminato 90 bambini di età compresa fra i 5 e i 10 anni. I bambini ascoltavano sei storie in cui due personaggi provavano un´emozione dopo aver sperimentato qualcosa di positivo (ricevere in regalo un cucciolo), negativo (rovesciare il bricco del latte), o ambiguo (l´arrivo di un nuovo insegnante). Dopo ciascuna esperienza, un personaggio aveva un pensiero ottimista, inquadrando l´evento in una luce positiva, mentre l´altro aveva un pensiero pessimista, mettendo l´evento in una luce negativa. I ricercatori a questo punto chiedevano ai bambini di giudicare le emozioni di ogni personaggio e di fornire una spiegazione per quelle emozioni. In colloqui precedenti, i ricercatori avevano accuratamente valutato il livello di ottimismo e speranza di ogni bambino e dei suoi genitori.


© Yukmin/Asia Images/Corbis
Già dai 5 anni i bambini capiscono che le persone si sentono meglio dopo aver avuto pensieri positivi che non dopo aver avuto pensieri negativi, e dimostrano pure di comprendere l´importanza di avere pensieri positivi in situazioni ambigue, una comprensione quest´ultima che diventa più profonda con l´aumentare dell´età.

I bambini mostrano invece una maggiore difficoltà a comprendere come il pensiero positivo possa risollevare l´animo di qualcuno che sia coinvolto in situazioni negative, come per esempio cadere e farsi male. In queste situazioni, il livello di ottimismo e di speranza del bambino ha un ruolo significativo nella capacità di comprendere il potere del pensiero positivo, ma decisamente più grande lo ha l´atteggiamento dei genitori.

"Oltre all´età, il più forte predittore della comprensione da parte dei bambini dei benefici del pensiero positivo, non è il livello di speranza e di ottimismo del bambino stesso, ma quello dei suoi genitori", spiega Christi Bamford, che ha condotto lo studio.

I risultati, osserva la Bamford, sottolineano il ruolo dei genitori nell´aiutare i bambini a imparare a sfruttare il pensiero positivo per sentirsi meglio quando le cose si fanno difficili.



Fonte: LeScienze del 24.12.2011
 
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